Abolizionismo negli Stati Uniti d'America

L'abolizionismo negli Stati Uniti d'America è stato il movimento che, prima e durante la guerra di secessione statunitense, lottò per porre termine alla schiavitù negli Stati Uniti d'America. Nelle Americhe e in Europa occidentale, l'abolizionismo era un movimento che proponeva di porre fine alla tratta atlantica degli schiavi africani e liberare quelli assoggettati a schiavitù. Nel XVII secolo, i quaccheri del Regno Unito e gli evangelici negli Stati Uniti d'America condannarono la schiavitù come non cristiana. A quel tempo, gli schiavi erano per la maggior parte africani, ma migliaia di nativi americani erano rimasti in schiavitù. Nel XVIII secolo, fino a sei milioni di africani erano stati trasportati verso le Americhe in stato di schiavitù, almeno un terzo di loro su navi del Regno Unito. L'abolizione faceva parte del messaggio del primo grande risveglio degli anni 1730 e 1740 nelle Tredici colonie.
Nello stesso periodo, i pensatori razionalisti dell'Illuminismo criticarono la schiavitù per aver violato i diritti umani[1]. Un membro del Parlamento britannico, James Edward Oglethorpe, fu tra i primi ad articolare l'Illuminismo contro la schiavitù. Fondatore della Provincia della Georgia, Oglethorpe vietò la schiavitù per motivi umanistici. Egli agì contro di essa in Parlamento e, infine, incoraggiò i suoi amici Granville Sharp e Hannah More a proseguire con forza per la riuscita della causa. Poco dopo la sua morte, nel 1785, Sharp ed altri si unirono a William Wilberforce per costituire la setta di Clapham. Anche se i sentimenti anti-schiavitù erano diffusi dal tardo XVIII secolo, le colonie e le nazioni emergenti, in particolare nel sud degli Stati Uniti, continuarono ad utilizzare e sostenere le tradizioni di schiavitù.
Dopo che la rivoluzione americana portò alla fondazione degli Stati Uniti d'America, gli Stati del Nord, a cominciare dalla Pennsylvania nel 1780, approvarono una legge che nel corso dei successivi due decenni doveva abolire la schiavitù, a volte tramite una graduale emancipazione. Il Massachusetts ratificò una costituzione che dichiarò tutti gli uomini uguali; le freedom suits, che sfidarono la schiavitù basandosi su questo principio, portarono alla fine della schiavitù nello Stato. In altri Stati, come la Virginia, simili dichiarazioni dei diritti vennero interpretate dai giudici come non applicabili agli africani. Durante i successivi decenni, il movimento abolizionista crebbe negli Stati del Nord, e il Congresso regolò l'espansione della schiavitù via via che nuovi Stati vennero ammessi nell'Unione. Il Regno Unito vietò l'importazione di schiavi africani nelle sue colonie nel 1807 e abolì la schiavitù nell'impero britannico nel 1833. Gli Stati Uniti d'America criminalizzarono il commercio internazionale degli schiavi nel 1808 e resero la schiavitù incostituzionale nel 1865 come risultato della guerra civile americana.
Lo storico James M. McPherson definì un abolizionista "come colui che prima della guerra civile era agitato per l'abolizione immediata, incondizionata e totale della schiavitù negli Stati Uniti d'America." Egli non incluse gli attivisti anti-schiavisti come Abraham Lincoln, presidente degli Stati Uniti d'America durante la guerra civile, o il Partito Repubblicano, che prevedeva la progressiva fine della schiavitù.[2]
Richieste di abolizione
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I primi americani che fecero una protesta pubblica contro la schiavitù furono i mennoniti di Germantown in Pennsylvania. Poco dopo, nel mese di aprile del 1688, i quaccheri, nella stessa città, scrissero due pagine di condanna della pratica e le inviarono agli organi della loro chiesa, la Società degli Amici. Ma l'istituzione quacchera non agì mai. La petizione del 1688 di Germantown Quaker contro la schiavitù fu un argomento insolitamente precoce, chiaro e forte, contro la schiavitù e avviò lo spirito che portò poi alla fine della schiavitù nella Società degli Amici (1776) e nello Stato di Pennsylvania (1780). Il Quaker Quarterly Meeting di Chester, in Pennsylvania, lanciò la sua prima protesta nel 1711. Nel giro di pochi decenni l'intero commercio degli schiavi andò sotto attacco, essendo contrastato da capi come William Burling, Benjamin Lay, Ralph Sandiford, William Southby e John Woolman.[3]
La schiavitù venne vietata, nella Provincia della Georgia, subito dopo la sua fondazione nel 1733. Il fondatore della colonia, James Edward Oglethorpe, respinse ripetuti tentativi da parte di mercanti e speculatori edilizi del Sud Carolina, tendenti ad introdurre la schiavitù nella colonia. Nel 1739 scrisse al Trustees for the Establishment of the Colony of Georgia in America esortandoli a tenere duro: "Se permettiamo gli schiavi agiamo contro gli stessi principi per i cui ci siamo associati, che sono di alleviare le angosce. Considerando che ora abbiamo la possibilità di far uscire dalla miseria migliaia di persone in Africa, non possiamo permettere che coloni che usano le arti possano comprare e mettere in schiavitù perpetua la povera gente che ora vive qui." La lotta tra la Georgia e la Carolina del Sud portò ai primi dibattiti in Parlamento sulla questione della schiavitù, che si verificano tra il 1740 e il 1742.[4]
La Society for the Relief of Free Negroes Unlawfully Held in Bondage (Società per il soccorso dei negri liberi illegalmente detenuti in catene) fu la prima società abolizionista americana, costituita il 14 aprile 1775 a Filadelfia, soprattutto da quaccheri. La società sospese le operazioni durante la guerra d'indipendenza e venne riorganizzata nel 1784, con Benjamin Franklin come suo primo presidente.[5]
I quaccheri del Rhode Island, associati a Moses Brown, furono tra i primi in America a dare la libertà agli schiavi. Benjamin Rush fu un altro capo di quaccheri. John Woolman cedette la maggior parte della sua attività, nel 1756, per dedicarsi alla campagna contro la schiavitù insieme ad altri quaccheri.[6] Uno dei primi articoli che sostennero l'emancipazione degli schiavi e della schiavitù venne scritto da Thomas Paine. Intitolato "African Slavery in America", apparve l'8 marzo 1775 su The Pennsylvania Journal.[7]
Abolizione nel Nord
[modifica | modifica wikitesto]Ad iniziare dal Vermont nel 1777, la maggior parte degli stati a nord del fiume Ohio e della Linea Mason-Dixon abolì la schiavitù. Questi stati promulgarono le prime leggi abolizioniste in tutto il Nuovo Mondo.[8] La schiavitù in Massachusetts venne abolita dalla magistratura. La Costituzione adottata nel 1780 dichiarò che "tutti gli uomini hanno gli stessi diritti", rendendo la schiavitù inapplicabile.
In molti Stati liberi l'emancipazione avvenne gradualmente. Gli schiavi spesso rimasero in schiavitù, ma i loro figli nacquero liberi. Vennero fatti accordi di transizione, in parte per evitare gli abusi. Lo stato di New York e la Pennsylvania avevano ancora alcuni schiavi nel censimento del 1840, e una dozzina di schiavi neri c'erano nel New Jersey nel 1860, tenuti come "apprendisti perpetui".[9][10]
Alla Convenzione costituzionale di Fildelfia del 1787, i delegati discussero sulla schiavitù, accettando infine di consentire agli Stati di ammettere il commercio internazionale per almeno 20 anni. A quell'epoca, in tutti gli stati erano state emanate singole leggi che abolivano o limitavano fortemente l'acquisto o la vendita internazionale di schiavi.[11] Con l'ordinanza del nordovest del 1787, il Congresso della confederazione proibì la schiavitù negli stati a nord-ovest del fiume Ohio. L'importazione di schiavi negli Stati Uniti venne ufficialmente vietata il 1º gennaio 1808.[12] Nessuna sanzione venne però decisa per il commercio degli schiavi all'interno della nazione.

I principali organismi che sostennero questa riforma furono la Pennsylvania Abolition Society e la New York Manumission Society. Quest'ultima era guidata da potenti politici: John Jay, Alexander Hamilton, successivamente federalisti, e Aaron Burr, poi vice presidente democratico-repubblicano degli Stati Uniti. Lo Stato di New York promulgò una legge nel 1799 che sanciva l'abolizione della schiavitù nel corso del tempo.[13][14]
Nel 1806 il presidente Thomas Jefferson denunciò il commercio internazionale degli schiavi e chiese una legge per renderlo un crimine. Nel suo messaggio annuale al Congresso del 1806, disse che una legge del genere era necessaria per "ritirare i cittadini degli Stati Uniti da ogni ulteriore partecipazione a tali violazioni dei diritti umani [...] che la morale, la reputazione, e il meglio del nostro paese hanno da tempo desiderato proscrivere."[15] Nel 1807 il Congresso bandì il commercio internazionale degli schiavi dal 1º gennaio 1808. Il risultato fu una riduzione di oltre il 90% del volume del commercio degli schiavi dall'Africa agli Stati Uniti, anche se circa 1.000 schiavi all'anno vennero comunque illegalmente portati negli Stati Uniti.[16]
Liberati dai proprietari del Sud
[modifica | modifica wikitesto]Dopo il 1776, quaccheri e moraviani contribuirono a convincere numerosi schiavisti degli Stati del Sud settentrionali a liberare i loro schiavi. La manomissione aumentò per quasi due decenni. Molti atti individuali di schiavisti portarono alla liberazione di migliaia di schiavi. Essi liberarono schiavi in tale numero da far passare la percentuale di neri liberi dall'1% al 10%, con la maggior parte di tale aumento in Virginia, Maryland e Delaware. Nel 1810 tre quarti dei neri del Delaware erano liberi. Il più notevole degli uomini che offrirono la libertà fu Robert Carter III della Virginia, che liberò più di 450 persone da "Deed of Gift", presentato nel 1791. Questo numero fu il maggiore che un singolo americano abbia mai liberato prima o dopo di allora.[17] Spesso gli schiavisti vennero nella loro determinazione a seguito delle proprie lotte nella guerra d'indipendenza; le loro volontà e azioni spesso citavano termini quali la parità degli uomini, sostenendo la decisione di liberare gli schiavi. I cambiamenti dell'economia inoltre, incoraggiarono gli schiavisti a liberare i loro schiavi. I piantatori stavano spostando le loro colture dal tabacco, ad alta intensità di lavoro, ad altre con minore necessità di mano d'opera.[18]
Le famiglie nere divenute libere iniziarono a crescere, insieme agli afro-americani liberi già prima della Rivoluzione. Nel 1860 il 91,7% dei neri del Delaware e il 49,7% del Maryland erano liberi. Queste famiglie spesso furono il nucleo che portò alla nascita di artigiani, professionisti, predicatori ed insegnanti nelle generazioni successive.[18]
Territori dell'Ovest
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Durante il dibattito del Congresso, nel 1820, sulla proposta dell'emendamento Tallmadge, che cercò di limitare la schiavitù in Missouri divenuto uno Stato, Rufus King dichiarò che "le leggi o patti di tale condizione [schiavitù] su ogni essere umano sono assolutamente nulle, perché contrarie alla legge di natura, che è la legge di Dio, con la quale fa le sue vie per la conoscenza dell'uomo, ed è fondamentale per ogni controllo umano." L'emendamento non andò in porto e il Missouri divenne uno Stato schiavista. Secondo lo storico David Brion Davis, questa potrebbe essere stata la prima volta al mondo che un leader politico attaccò apertamente la legalità percepita della schiavitù in maniera così radicale.
A partire dagli anni 1830, le Poste degli Stati Uniti d'America rifiutarono di consegnare posta contenente opuscoli abolizionisti verso gli Stati del Sud.[19] Gli insegnanti del Nord, sospettati di abolizionismo, vennero espulsi dal Sud, e la letteratura abolizionista fu vietata. I sudisti respinsero le smentite dei repubblicani di essere abolizionisti. Essi dissero che John Brown aveva tentato, nel 1859, di avviare una rivolta degli schiavi come prova che più cospirazioni del Nord erano in corso per accendere ribellioni tra gli schiavi. Anche se alcuni abolizionisti tentarono di lanciare rivolte di schiavi, nessuna prova di qualsiasi altro complotto simile a quello di Brown venne scoperta.[20] Il Nord si sentiva minacciato ed Eric Foner concluse, "i nordisti videro la schiavitù come l'antitesi della buona società e una minaccia per i propri valori e interessi fondamentali".[21] Il famoso, "infuocato" abolizionista, Abby Kelley Foster, del Massachusetts, era considerato un abolizionista "ultrà" che credeva nei pieni diritti civili per tutti i neri. Il suo punto di vista era che gli schiavi liberati avrebbero dovuto colonizzare la Liberia. Parte del movimento anti-schiavista divenne noto come "Abby Kellyism". Reclutò Susan B. Anthony e Lucy Stone. Effingham Capron, un produttore di cotone e tessuti, che aveva partecipato alla riunione dei quaccheri in cui Abby Kelley Foster e la sua famiglia erano membri, divenne un abolizionista di primo piano a livello locale, statale e nazionale.[22] La società antischiavista locale di Uxbridge ebbe più di un quarto della popolazione della città in qualità di suoi membri.[22]
Fondazione e colonizzazione della Liberia
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Nei primi anni del XIX secolo, vennero fondate diverse organizzazioni per la delocalizzazione della popolazione nera degli Stati Uniti d'America in luoghi dove avrebbe potuto godere di una maggiore libertà; alcuni approvarono la colonizzazione, mentre altri sostenevano l'emigrazione. Nel corso degli anni 1820 e 1830 l'American Colonization Society (A.C.S.) fu il veicolo primario per le proposte di far "ritornare" i neri americani liberi in Africa, a prescindere dal fatto che fossero nati negli Stati Uniti d'America. La proposta ebbe ampio sostegno a livello nazionale tra i bianchi, tra cui leader di spicco come Abraham Lincoln,[23] Henry Clay e James Monroe, che ritenevano la soluzione preferibile all'emancipazione.
Clay disse che